Washington non ha più presa sull’Egitto dei generali (e la piazza odia gli americani)
“Chi protesta in piazza meriterebbe di finire nei forni di Hitler”, dice il generale che fa da consulente per la Giunta militare egiziana, tradendo quella vena di simpatia profonda che nella gerarchia soldatesca dell’Egitto abbonda ancora, se è vero che un altro grand’ufficiale si chiama Hitler di nome e Tantawi di cognome (Tantawi come il comandante in capo, da qui l’ironia di chi chiede per quale dei due debba vergognarsi di più) e ha pure un fratello di nome Mussolini, tanto per togliere ogni dubbio (da qui l’imbarazzo nelle foto ufficiali all’ambasciata americana).
5 AGO 20

“Chi protesta in piazza meriterebbe di finire nei forni di Hitler”, dice il generale che fa da consulente per la Giunta militare egiziana, tradendo quella vena di simpatia profonda che nella gerarchia soldatesca dell’Egitto abbonda ancora, se è vero che un altro grand’ufficiale si chiama Hitler di nome e Tantawi di cognome (Tantawi come il comandante in capo, da qui l’ironia di chi chiede per quale dei due debba vergognarsi di più) e ha pure un fratello di nome Mussolini, tanto per togliere ogni dubbio (da qui l’imbarazzo nelle foto ufficiali all’ambasciata americana). L’Egitto dei generali sta sfuggendo di mano all’Amministrazione americana. Per ora l’unico successo in tre mesi è che i militari hanno smesso di usare i lacrimogeni contro la piazza – dopo che erano usciti documenti ufficiali del dipartimento di stato che confermano l’autorizzazione di Washington alla vendita di 33 mila candelotti antisommossa al governo del Cairo, nel 2009, in piena era Obama. I militari sono però passati alle bastonate e ai colpi di pistola: ieri sono usciti altri video di soldati che sparano contro la folla, i morti sono 16.
A novembre l’ambasciatrice americana al Cairo, Anne Patterson, ha donato 100 mila dollari ai feriti di piazza Tahrir – dove ieri hanno sfilato in migliaia le donne – ma il sentimento che prevale è fortemente antiamericano. I generali fanno finta di non sentire gli appelli a limitare l’uso della forza, i manifestanti si sentono oltraggiati, il dipartimento di stato contatta sempre più spesso i partiti islamisti. Tre settimane fa è pure circolata la voce di un possibile golpe contro Tantawi da parte del generale Sami Anan, considerato il più amico di Washington.